(PRIMASPORT) SEPANG – Il ritorno della MotoGP sul circuito di Sepang è sempre toccante, lo è a maggior ragione quando avviene a fine ottobre subito dopo un weekend di gara a Phillip Island. La memoria va infatti immediatamente al 2011 e all’incidente fatale di Marco Simoncelli, di cui in questo 2026 ricorre il quindicesimo anniversario. Il «Sic» non c’è più dal 23 ottobre 2011 e il padre Paolo lo ha ricordato già venerdì scorso proprio in Australia. Nel frattempo però il circuito che – oggi come allora – ospita il Gran Premio della Malesia ne ha onorato la memoria con una cerimonia davanti alla targa con il suo iconico numero 58, eretta nei pressi di quella stessa curva 11 in cui si consumò l’immane tragedia. E stavolta era presente anche il resto della sua famiglia, oltre ai rappresentanti del team di Moto3 che continua a mantenerne vivo il nome sulle piste di tutto il mondo.
Simoncelli, pilota di immenso talento e grande coraggio, in quel maledetto 2011 stava vivendo la sua rinascita sportiva dopo mesi di difficoltà e anche qualche critica. Già campione del mondo 2008 in Classe 250, aveva trasferito la sua voglia di vincere in MotoGP già nel 2010. Alcuni incidenti in pista l’avevano però fatta fraintendere, trasformandola in irruenza: rilevante fu l’eco delle dichiarazioni polemiche per esempio degli spagnoli Jorge Lorenzo e Dani Pedrosa. Ma dopo la pausa estiva il «Sic» (così soprannominato perché le grafiche televisive avevano già attribuito la sigla «Sim» al connazionale Julián Simón) aveva ricostruito la sua stagione con il terzo posto di Brno, tre piazzamenti consecutivi in quarta posizione a Misano, Aragon e Motegi e soprattutto la seconda piazza proprio di Phillip Island. Che, come quest’anno, in calendario precedeva di sette giorni il Gran Premio della Malesia. E poche ore prima della gara di Sepang, il riminese registrò dalla sua camera di hotel quella che a posteriori sarebbe stata la sua ultima dichiarazione: «Ciao a tutti. Sono arrivato qua a Kuala Lumpur, siamo nell’albergo. E niente, oggi mi sto un po’ riposando visto che da venerdì si inizierà a provare. C’ho voglia di scendere in pista. Perché dai, dopo la gara in Australia ho voglia di ritornare sulla moto. Qui in Malesia nei test sono andato molto forte quest’anno, quindi penso che si possa fare molto bene. E niente, quindi cominceremo da venerdì a sgasare, a provare di salire sempre sul podio. Magari a sto giro sul gradino quello centrale, che è più carino, più alto. Risulto anche meglio dalla televisione, magari. Ciao a tutti». Parole strazianti, per quello che sarebbe poi successo in quella domenica infernale.
Il secondo giro del Gran Premio della Malesia costò infatti la vita a Simoncelli, in una dinamica tanto cruenta, spaventosa e sfortunata, quanto purtroppo simbolica del suo modo di intendere le gare motociclistiche. Il pilota di Coriano perse infatti il controllo della sua Honda HRC del Team Gresini, rifiutandosi però di mollarne lo sterzo come solitamente avviene in quei casi e come buona parte dei colleghi avrebbe fatto in un’analoga circostanza. Agendo in questo modo, lui e la moto sarebbero entrambi finiti nella ghiaia senza particolari conseguenze. Invece le gomme ripresero improvvisamente e imprevedibilmente aderenza, schizzando a tutta velocità e con un’inclinazione del tutto anomala verso la carreggiata e le altre moto che sopraggiungevano da metà gruppo in poi. Qui tra gli altri c’erano Valentino Rossi e Colin Edwards, che travolsero il povero «Sic» colpendolo anche sul cranio. L’impatto fu tale da sfilargli il casco dalla testa e, dopo 45 minuti di vani tentativi di rianimazione, giunse l’annuncio della morte per arresto cardiorespiratorio. Una morte straziante, inaccettabile, occorsa a un campione, un pilota, un ragazzo di 24 anni che nell’ultimo atto consapevole della sua vita era disperatamente aggrappato alla sua più grande passione.
Ora la MotoGP è nuovamente a Sepang, e a distanza di 15 anni il dolore ha la stessa insostenibile intensità di allora. E nel giovedì che apre i programmi di un nuovo Gran Premio della Malesia si sono ritrovati nei pressi della curva 11 Paolo Simoncelli, papà del campione, ma anche mamma Rossella e Marco Grana, da dieci anni Direttore Tecnico e Race Manager della SIC58 Squadra Corse. Sì, perché Paolo è rimasto per tutto questo tempo profondamente legato al mondo del Motomondiale tanto da fondare un team di Moto3 in grado nel tempo di vincere anche tre gare e raccogliere oltre 20 podi. «La gente è molto carina, ci sono molte manifestazioni in suo onore e ricevo un sacco di messaggi – ha dichiarato una settimana fa a Phillip Island, nell’anniversario della scomparsa del figlio -. Mi fermano continuamente per fotografarsi con me e anche qui trovo nei negozi magliette e foto di Marco. Qualcuno dovrà spiegarmi perché succeda, anche se sono cose che fanno piacere. Per il resto, la vita è questa e noi dobbiamo andare avanti». Anche se questo comporta tornare a distanza di pochi giorni nel luogo esatto che tolse la vita all’immenso «Sic». Ma che mai avrebbe potuto cancellare il suo ricordo, il suo lascito e l’amore del mondo intero verso un campione aggrappato fino all’ultimo respiro alla sua moto da corsa. (PRIMASPORT)
